Percorso ad anello di 4 km circa con dislivello di 160 mt con partenza e rientro al parcheggio di Calafico.
Il sentiero verde della Lipu è molto ben indicato. Per la parte mineraria si richiede senso di orientamento, o uso gps, capacità di adattamento a camminare su roccette e in mezzo a sterpaglie, scarpe strutturate. Sentiero non per tutti.
Punti di interesse: scavi minerari, oasi Lipu.
Per la descrizione del territorio e del percorso, invito caldamente alla lettura del reportage di S. Volpe e alla visione delle foto allegate con relativa descrizione.
Qui il link alla pagina FB di S. Volpe con il reportage del 07 04 2025 https://www.facebook.com/salvatore.volpe.758/posts/pfbid07r5zHDTqAz9J9k4TSzW6RZhXQg9v98s8RSPpktMvS6GFgHiAC2fQFJB3iC76iSd1l
Scarica la traccia dalla pagina Wikiloc di Antonello Feola https://it.wikiloc.com/percorsi-cammino/cala-fico-207109959
Descrizione di Salvatore Volpe
Natura & Cultura. Cala Fico.
Appena sopra la tramoggia di carico di Cala Fico, tra una vegetazione intricatissima, si apre una stradina di penetrazione mineraria che porta ad alcune gallerie e pozzi dove, fin dal 1878, si cercava ed estraeva minerale di manganese, attività proseguita a singhiozzo anche in epoca autarchica.
Ci mettiamo in movimento in una tiepida mattinata d'aprile. Il cielo è terso.
La valle, dove per qualche centinaio di metri si sviluppa, in leggera salita, la mulattiera, sul fianco che sta a nord, è inondata di sole. In ombra rimane il versante più aperto che guarda a sud-est.
Davanti a noi, una vegetazione ricca, vestita a festa.
Il cisto con i suoi fiori rosa, l'eleganza della ginestra abbagliante di giallo, l'indomito rosmarino e ancora l'erica dalle infiorescenze bianco-crema.
Il versante nord, per tutto il ripido pendio, è rigoglioso di ampie e superbe distese di pini d'aleppo, fin sopra le alte sommità dove incombono le rocce vulcaniche di commendite tra il grigiastro e il rosato.
Parti di esse sono precipitate a valle e contrappuntano il costone.
La stradina è, tutto sommato, in buone condizioni, a parte il tratto iniziale, distrutto dalla vegetazione e dall'acqua che, scorrendo con impeto, nei rari giorni di pioggia intensa, nel piccolo canale adiacente, ha provocato il cedimento del muro di contenimento.
Avanziamo con fatica, tra la fastidiosa salsapariglia ( "ligaboscu" in dialetto tabarchino), con le acutissime spine e i cumuli di detriti degli scavi minerari.
Alla nostra destra, notiamo una prima galleria nella quale, con circospezione, ci inoltriamo.
Camminando con le torce al suo interno non possiamo fare a meno di pensare alla immane fatica dei minatori, in larga parte provenienti dai paesi dell'Iglesiente, chiamati a realizzare queste gallerie nelle viscere della terra per estrarre il minerale.
La galleria è lunga qualche decina di metri e, cosa interessante, si sviluppa in due rami distinti.
Al suo interno un piccolo muro posto di lato impedisce l'accesso ad una nicchia.
Alla fine del ramo più lungo un cumulo di pietre cavate ci sbarra la strada. Oltre non sono andati i minatori, a testimonianza, probabilmente, di una scarsa e improduttiva presenza del minerale ferroso in quella vena.
Riprendiamo il cammino, la mulattiera ci accoglie e ci rende la fatica più dolce.
Il bel muro di contenimento della via, fatto di pietre squadrate e lavorate, collocate con grande maestria, è ancora solido e intatto.
Allora le cose si facevano per durare, verrebbe da dire.
Verso la fine del percorso, la stradina è inghiottita dall'avanzamento della vegetazione.
Tra la fitta boscaglia, intravediamo l'imboccatura di un'altra galleria, tra le più importanti, ritengo, della zona mineraria di Cala Fico
Non è ampio il foro d'accesso, ma si entra agevolmente.
È un lungo cunicolo, una settantina di metri, alto un metro e settanta circa, largo più o meno un metro e cinquanta.
Li, nelle viscere, decine di uomini, in un lavoro bestiale, scavavano ed estraevano ogni giorno il manganese, intanto che in mare, sulle bilancelle, altri uomini, con un lavoro altrettanto duro, trasportavano galena dagli approdi dell'Iglesiente ai capienti magazzeni di Carloforte.
Quegli uomini si chiamavano battellieri.
Lavoro e fatica che, sotto un'unico denominatore, le miniere, hanno incrociato storie e vite in quest'angolo di Sardegna.
D'improvviso, mentre avanziamo nella galleria, decine di pipistrelli, disturbati dalle luci e dal nostro vociare, ci passano con voli radenti sopra le nostre teste, per portarsi verso l'uscita.
Un pezzo ci legno appare conficcato nella volta, ultimo segno, forse, dei resti di un'armatura realizzata a supporto della integrità del cunicolo.
Arrivati alla fine ripieghiamo per guadagnare la luce del giorno intanto che i pipistrelli tornano in fondo, nel loro regno, da noi violato, fatto di buio.
Oltre alle miniere del Becco e di Capo Rosso, anche Calafico ci fa ben comprendere come il mix di natura e cultura rappresenta una grande ricchezza per l'isola.
Ci invita verso quel turismo lento, fatto di conoscenza, osservazione, riflessione, il solo a offrire autentico spessore e valore a un luogo e alla sua storia.
Torniamo sulla mulattiera intanto che di fronte a noi, il fiordo di Cala Fico ci offre il suo magnetico e possente promontorio, proiettato sul mare con le sue guglie e pinnacoli sontuosi a ricordarci le ere millenarie che lo partorirono sotto la spinta degli intensi fenomeni eruttivi.
Sostiamo un attimo prima di arrampicarci sulle rocce in direzione di Calavinagra alla ricerca di altri segni minerari.
Immagini tratte dalla pagina FB di S. Volpe del 07 04 2025
Descrizione, tratta dalla pagina Wikiloc di Antonello Feola:
"il percorso inizia dalla strada del Beccu , prendere il sentiero che va dalla fighedindia (Spigne) e lì c’è macchia ma non si può sbagliare ; arrivati alle Spigne devi trovare il modo per scendere giù dai Rissoo del canale di Pitti, qui devi fare attenzione perché si può scivolare. Una volta giù , imbocchi il canale , oltrepassi il Forno delle Spine e poco dopo (segnale) vedi il segnale del sentiero a destra e da li segui i segnali con le pietre del percorso , inizi la risalita finché arrivi in cima e vedi punta dei laggioni dall alto.
Da lì prosegui seguendo sempre questi segnali in pietra fino ad avvistare punta dei cannoni costeggiando con una visuale mozzafiato. Insomma il percorso è bene farlo in compagnia , sono circa 6 km , noi ce la siamo presa in relax , ed è stato un bel pomeriggio." Scarica il percorso da Wikiloc
N.B. Leggere anche queste considerazioni di Stefano Peddis
"Ciao Antonello, considerato che il percorso è stato ripulito da me e ho fatto anche quasi tutti gli omini, mi permetto un suggerimento.
Ovvero sarebbe bene che modificassi la traccia, o la ripubblicassi, evitando di passare in mezzo alla vegetazione dopo il passaggio della barra rocciosa sotto Bricco del Ciò (tra l'altro ci sono gli ometti), praticamente si tratta di stare più a sinistra.
A parte che è più panoramico, si evita soprattutto di passare (e fare passare chi userà la traccia) in mezzo alla vegetazione dove cresce il rarissimo ed endemico astragalo marittimo. "
Descrizione e foto tratte dalla pagina FB di Salvatore Volpe del 19 10 2024:
"Invito al viaggio.
Nessuna traccia umana se non, diroccato, il vecchio forno per trattare l'ocra nella parte finale del "Canale di Pitticheddu", alle "Spine", omini di pietra sparsi a indicare la via e vecchi muretti a secco che probabilmente segnavano i confini delle proprietà minerarie, quasi del tutto coperti dalla vegetazione.
Avvolto dal silenzio dei luoghi, unicamente interotto dai richiami dei numerosi Falchi della Regina, ormai prossimi al grande volo verso il Madagascar, sotto il sole ancora caldo d'ottobre e una leggera brezza da scirocco, con bella fatica, mi inerpico lungo la "caminea", appena segnata, che porta sopra alla "Punta dei Laggioni".
Qualche sosta, un sorso d'acqua, e tante foto ad acchiappare momenti visivi di questo paesaggio impareggiabile.
Il grande scenario del Becco, i faraglioni che punteggiavano sotto costa un mare immoto e dai colori folgoranti di bellezza, i voli in picchiata dei falchi in cerca di cibo, i grandi pendii che si tuffano nelle acque verdi e turchesi della baia, le piccole spiagge di sassi, rendevano magica quella traversata, dal Becco alla Punta dei Cannoni.
Guardando verso est, la grande collina verde, adorna di cisto, corbezzoli, piccole saine, mirto, rosmarino, euforbia, che porta sulla sommità di uno dei bricchi più belli che contrappuntano l'isola, il Bricco della Guardia, maestoso, dall'alto dei suoi quasi 200 metri a dominare quell'ampio tratto di costa.
Infine, con l'aiuto degli omini di pietra, posizionati in vari punti tra una roccia e l'altra da qualche mano gentile ad indicare il percorso ostico, arrivo all'altezza del Bricco del Ciò da cui si domina, fino al Faro, in tutta la sua straordinaria estensione e forma il Golfo più selvaggio e magnetico dell'Isola.
Altri momenti e stagioni mi accompagneranno a osservare e godere delle emozioni del paesaggio, delle specie che da sempre lo popolano.
Grazie Isola, nostra Grande Madre, piccola gemma del Tutto che ci circonda."
Fatiche belle. Da Calavinagra alla Punta della Berra. In un ginepraio di bricchi commenditici e macchia verso la Borrona. Infine l'incontro con la magia di Calafico. Grazie agli amici Sandro Gamboni e Antonello Feola per questa giornata magnifica (Tore Fox Volpe, 30 11 2024).
Un percorso bellissimo e molto impegnativo. Bravissimi Antonello, Sandro e Tore che lo hanno affrontato con buona preparazione fisica e attrezzati di scarpe e bastoncini da trekking. La discesa a Calafico, ma non solo, causa la falesia friabile, è alquanto "velenosa". Se non erro questo itinerario è un tratto del Sentiero del Maestrale. Consiglio di farsi accompagnare da una guida escursionistica. I più esperti (e indipendenti) possono scaricare la traccia dalla pagina wikiloc di Antonello Feola.
Le foto sono di Salvatore Volpe.
CALAVINAGRA - BERRA - BORRONA - CALAFICO
La traccia di Antonello su Wikiloc Wikiloc | Percorso Calavinagra Berra Burrugna Calafico
Le foto sono di Rosso Victor, Bullegas Roberto e Volpe Salvatore.
Descrizione percorso di Volpe Salvatore.
Sulla cartina turistica è tracciato in modo molto approssimativo l'itinerario a mano.
Consiglio di afffidarsi a guide esperte, indossare abbigliamento tecnico adeguato, evitare giornate soleggiate, portarsi molta acqua.
Ci sono luoghi che puoi attraversare mille volte e per mille volte ti prendono l'anima, sempre.
Sono le sensazioni che abbiamo vissuto l'altro ieri nell'immergersi in quello spazio infinito di terra, di mare e di cielo che è il Golfo del Becco.
In prossimità del Ciò, salutata la colonia di astragalus maritimus, la pianta erbacea scoperta nel 1837 dal botanico Giacinto Moris, endemismo dell'isola unico al mondo, la magnificenza della costa, le falesie con mille balze a precipizio sul mare, tra scogli scuri aguzzi, affioranti dalle acque, provocano nel viaggiatore un senso di stordimento indescrivibile.
Tutto attorno si apre uno scenario di colline verdi che s'intrecciano l'una con l'altra, di incisioni che arrivano al mare, col dominante e superbo Bricco della Guardia coi suoi 190 metri circa d'altezza, il terzo dopo Guardia Mori e Tortoriso.
Hai bisogno di fermarti, guardare intensamente e in silenzio prima che i tuoi occhi assimilino la grandiosità selvaggia del paesaggio.
Anche da questo angolo di Mediterraneo, sale un messaggio di armonia universale che invita alla riflessione e alla speranza in un mondo segnato oggi da tante oscurità.
Con Roberto e Victor, amici speciali del mio vagabondare, assimilato lo stupore visivo dell'insieme, ci rimettiamo in cammino con la giusta cadenza.
Un'andatura lenta che si spoglia degli usuali ritmi del quotidiano, se non quelli dettati dalla luce solare, prima che svanisca nel tramonto infuocato di questa giornata d'ottobre.
Sopra di noi il verso tipico dei falchi, il kek-kek-kek, ci accoglie.
Da qui si diparte il loro regno, negli anfratti minuti ed innumerevoli delle scogliere, fino all'isolotto di Stea, un habitat molto ampio che da secoli questi uccelli hanno eletto a loro casa.
Un' esistenza non facile per i falchi questa estate, mi raccontano gli amici Lipu, a causa della scarsità di cibo (piccoli passeriformi e grossi insetti), venuti a mancare nelle sufficienti quantità, come effetto del prolungato caldo torrido.
Improvvisamente il loro canto si trasforma in un verso di battaglia, stridulo e concitato.
Il perché è presto detto: alcuni falchi stanno difendendo strenuamente, con arditi attacchi fatti di virate, discese e salite, il loro territorio e i loro piccoli, dall'assalto delle temibili e invadenti cornacchie.
Tra un poco essi ci lasceranno per fare ritorno in altre isole, a migliaia di chilometri di distanza, nell'Oceano Indiano, secondo i ritmi di vita loro assegnati dalla natura.
Nel proseguire ci imbattiamo negli immancabili muretti a secco, messi su, pietra dopo pietra, in questi luoghi impervi, da mani forti a segnare, presumibilmente, i limiti delle concessioni minerarie che hanno bucherellato queste terre fin dalla antichità alla ricerca dell'ocra.
Saliamo sempre più su, lungo uno stradello appena accennato, tra una macchia molto sofferente per la prolungata mancanza di piogge e ci portiamo a ridosso dell'incredibile Punta dei Laggioni.
Un promontorio a sella di cavallo, composto da una roccia friabile, instabile, lavorato nel tempo da tempeste potenti di maestrale e libeccio, fino a spolparlo nelle sue dimensioni originarie, nell'attesa che, nei secoli futuri, probabilmente, si trasformi in un piccolo isolotto o faraglione, completamente staccato dalla terra ferma.
Superata la Punta dei Laggioni, lungo la balza che segue, sotto di noi si apre una spiaggia estesa, ad alta energia, formata da pietre cadute dalle pareti scoscese e levigate dal mare.
Davanti, un poco in controluce, si fa più nitido l'ex villaggio minerario del Becco con le sue casette addossate le une alle altre, quasi a proteggersi da venti potenti che spazzano quei luoghi, una volta carichi di vita, di fatiche immani, di uomini che scendevano nelle viscere della terra, ed oggi diventato luogo di vacanza.
Infine la familiare sagoma del possente Faro che domina la costa occidentale dell'isola fin dal 1864, con la sua alta torre circolare in pietra e i suoi fasci di luce, ad indicare la via al naviglio, per quanto le moderne tecnologie offrano oggi strumenti ben diversi per la sicurezza della navigazione.
Ci portiamo a ridosso del canalone delle Spine. Ovunque, nel nostro passaggio, le impronte dei nuovi dominatori dell'habitat, i cinghiali, qui importati improvvidamente da alcuni "amanti" dell'isola.
Nel canalone, a qualche decina di metri dal mare, ci accolgono le rovine di un forno di calcinazione in cui veniva liquefatto l'ocra per essere poi venduta in Francia o altrove.
Sia questo, che quello quasi intatto di Capo Rosso, furono costruiti nella seconda metà dell'ottocento dall'allora titolare delle concessioni minerarie, un imprenditore francese, ma non ebbero molta fortuna e furono ben presto abbandonati.
Il trasporto del minerale in quel forno e viceversa è probabile che avvenisse via mare, con modalità tipiche dei galanzieri; bilancelle, lunghe tavole in legno sospese tra barca e spiaggia di sassi, coffe e tanta fatica.
Non v'è traccia alcuna di passaggi o carrettiere per ipotizzare trasporti via terra come a Capo Rosso.
Forse gli studiosi qualcosa di più preciso potrebbero dirci.
Gli spuntoni rocciosi delle Spine, ci accolgono in un mare dolce, disteso, fra grossi e piccoli ciotoli levigati alla perfezione dalle acque intanto che il sole comincia la sua parabola verso l'orizzonte diffondendo una luce calda e intensa.
Una nuova esperienza si conclude nel tardo pomeriggio.
Un senso di sazietà si fa strada in noi dopo avere camminato, osservato, commentato ogni tratto, ogni particolarità di questo percorso assoluto, avendo già la testa e le gambe proiettate al prossimo viaggio nell'Isola nostra.
Le foto sono di Rosso Victor, Bullegas Roberto e Volpe Salvatore.
Descrizione percorso di Volpe Salvatore.
Itinerario La Caletta - Bricco della Guardia.
Reportage fotografico e commento del percorso a cura di Salvatore Volpe. La traccia per il gps è stata rilevata da Antonello Feola.
Lunghezza percorso (A/R): 4,85 km
Dislivello: 160 mt
Sentiero non tracciato, non mi risulta presenza di omini in pietra.
Necessaria attrezzatura da trekking e capacità di orientamento.
Si passa in mezzo alla macchia e talvolta si devono superare delle roccette.
Sconsigliato nelle giornate calde.
Scarica la traccia Wikiloc | Percorso Carloforte La Caletta in auto e viceversa . La Caletta- Bricco della Guardia
Un pomeriggio d'inverno sul Bricco della Guardia a oltre 180 metri dal livello del mare.
Un angolo da cui osservare un quadrante assai ampio dell'isola e carpirne la bellezza.
Da quella sommità si stagliano nette le sue forme, la sua variegata morfologia.
Le alte coste del Becco, l'ampia insenatura dello Spalmatore, i diversi colli che s'intrecciano l'uno nell'altro con i profondi solchi che conducono verso il mare.
Verso est lo sguardo cattura il Bricco del Polpo e i suoi resti nuragici, la lunga curvatura della Sepoltura, il Bricco di Birincampo, quello di Tumoxiu e di Benitto, fino a intravedere le Lille e lo stagno di Punta Nera a sud est.
A nord il Bricco delle Commende e il suo cratere, il bianco villaggio delle Tanche, l'imponenza della Montagna di Ravenna, il Canale di Pitticheddu con la sua ampia distesa di pini, in ultimo la vetta di Guardia Mori, coronano questa magnifica vastità.
Infine, incredibilmente, a pochi passi dal Bricco della Guardia, avvolti da una vegetazione inestricabile, spuntano muretti a secco e un piccolo rudere, forse un ovile, costruiti da chissà quali mani e in chissà quali epoche.
Da questo Bricco selvaggio, da conquistare immergendosi nella macchia folta, lambendo creste di rocce sparse, fuori da qualunque percorso tracciato, l'incredibile incanto dell'Isola ti stordisce e ti chiede semplicemente amore e rispetto.
dalla pagina FB di Salvatore Volpe
Il percorso collega la provinciale per La Punta con la strada che porta a Guardia dei Mori.
La bella passeggiata, in leggera salita e su fondo prevalentemente cementato, consente di arrivare nelle vicinanze del Bricco delle Spagnole e, soprattutto, percorrere un tratto di "antichi tracciati dell'isola" delimitato da fantastici muretti a secco.
Si prende la provinciale per La Punta e, dopo circa 1 km (39,155115 N 8,305145 E), si svolta a sx su cementata in salita. Noi abbiamo parcheggiato nel primo spazio utile.
Il tratto di antico tracciato parte dal punto 39,156505 N 8,294704 E.
Superato questo tratto, il sentiero si restringe.
Dopo circa 150 mt, con un pochino di attenzione, si arriva in loc. Nassetta (39,157289 N 8,292571 E) sulla strada che conduce a Guardia dei Mori.
Per la costruzione della traccia utilizza i seguenti files GPX:
2 - https://www.sentiericarloforte.it/sentieri/18-sabino-canale-dellinferno-gioia-mandria-sabino
4 - https://www.sentiericarloforte.it/sentieri/03-s-p-104-stagno-di-calavinagra-pineta
5 - https://www.sentiericarloforte.it/sentieri/04-s-p-104-calavinagra-al-mare
Il percorso ad anello rilevato e pubblicato da Rosaria Rombi il 06 aprile 2026 su wikiloc
Lunghezza 16,26 km
Dislivello totale 461 mt
Foto di R. Rombi
Itinerario tratto da Camminare in Sardegna 2, vol. 3 Monumenti di pietra, di Matteo Cara.
Consiglio vivamente di acquistare il volumetto con l'ottima descrizione.
Le foto sono di M. Cara.
Scarica la traccia Wikiloc | Percorso Lave di Carloforte
Percorso solo andata di 6 km circa con dislivello di 110 mt con partenza zona Mezzaluna e arrivo zona Caletta.
Si richiede senso di orientamento, o uso gps, capacità di adattamento a camminare su roccette, scarpe strutturate. Sentiero non per tutti. Falesie pericolanti, porre molta attenzione.
Punti di interesse: postazioni militari.
Per la descrizione del territorio e del percorso, invito caldamente alla lettura del reportage di S. Volpe e alla visione delle foto allegate con relativa descrizione.
Qui il link alla pagina FB di S. Volpe con il reportage del 12 04 2025 https://www.facebook.com/salvatore.volpe.758/posts/pfbid024p9XgG3eJCvd8XpsinMk2XZqqRdriib52qKYWnu45GuoZ9bdaA5cz4mvPuchvWRdl
Qui il link alla pagina Wikiloc di A. Feola con la traccia del percorso https://it.wikiloc.com/percorsi.../sentiero-nereo-208464381
Descrizione itinerario di S. Volpe
Inondati dal sole dell'Isola.
Ieri pomeriggio, con i miei amici, mi sono inondato di sole, di mare, di macchia in fiore. Il percorso che mi ha condotto dalla Mezzaluna alla Caletta, costa-costa, è stato bellissimo.
Luoghi noti, sempre affascinanti, come l'ardito Golfo della Mezzaluna, hanno lasciato il posto ad altri meno conosciuti ma sempre di suggestivo impatto emotivo.
Il piccolo Canale di Besissa con la sua rigogliosa vegetazione carica di saine, il tratto di costa frastagliata a precipizio sul mare che comprende le Punte Mingosa e Fradellin, la Grotta dei Colombi e, infine, la Punta dello Spalmatore di Fuori da dove lo sguardo si perde per tutta la Baia dello Spalmatore fino ad abbracciare l'incanto del Golfo del Becco e Capo Rosso. Tante emozioni per gli occhi e per il cuore che la nostra Isola dona con generosità a tutti coloro che l'attraversano con l'affetto che si deve a una madre, chiedendoci in cambio solo un poco d'attenzione e di rispetto per ciò che ospita nel suo prezioso grembo.
Questo è il mio reportage fotografico ma dal vivo è molto, molto meglio. Ve lo assicuro.
Foto tratte dalla pagina FB di S. Volpe
Per la programmazione dell'uscita e per la costruzione della traccia vedi:
1 - https://www.sentiericarloforte.it/sentieri/01-canale-di-capo-rosso-punta-di-capodoglio
2 - https://www.sentiericarloforte.it/sentieri/02-genarbi-zona-mineraria-del-becco-genarbi
Percorso fuori pista, costa - costa
Il percorso che ci ha fornito Salvatore Volpe tracciato a mano sulla cartina turistica dell'isola di san Pietro.
Percorso fuori pista, a sentimento, da fare esclusivamente se in ottime condizioni fisiche e ben equipaggiati. Altrimenti affidarsi alle guide locali.
Foto tratte dalla pagina FB di S. Volpe del 15 ottobre 2026.
Le foto sono state scattate da Roberto Bullegas e Salvatore Volpe
Descrizione percorso di S. Volpe
Un pomeriggio d'ottobre di caldo estivo, mitigato da una brezza di maestrale, ci fa compagnia lungo un percorso fuori pista, costa-costa, dal Pulpito alla Punta della Regolina con l'amico Roberto.
Dai tufi vulcanici tendenti al rosa a forma di fungo, rotolati in basso dal tacco principale del Pulpito, alle distese scure e compatte delle rocce igninbritiche che scivolano nella grande fenditura del Canale di Mammerussu, entriamo in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo, a milioni di anni fa quando immani cataclismi eruttivi forgiarono l'Isola.
Tremende esplosioni di nubi ardenti o piroclastiche, a temperature altissime, emesse da qualche vulcano presente sull'isola, o piu probabilmente in mare, gettarono su quel tratto di costa una enorme quantità di materiale ignimbritico e lo segnarono per sempre nei suoi caratteri.
Nei millenni, sotto l'effetto di potenti fenomeni di erosione meteo-marine, modellamento e stratificazione, si creò sull'isola una varietà geologica unica e straordinaria, studiata da numerosi esperti tra cui mi piace citare e ricordare il professore ordinario di Mineralogia presso l'Università di Cagliari Carlo Garbarino, carlofortino, autore di studi importanti sul vulcanesimo nell'isola e autore, con altri, della bellissima carta geopetrografica di San Pietro.
Una tipologia di rocce e di cromatismi che racconta una delle tante particolarità ambientali di un isola che offre tanta bellezza e tanto interesse a coloro che vogliono scoprirla.
Superato il geosito, procedendo verso l'alta costa, si apre la grande voragine della cosiddetta Grotta del Pulpito.
Una cavità immensa, oscura, dalla quale sale il borbottio del mare che vi penetra dalla vicina falesia dove si apre l'ingresso della grotta.
Una nebbiolina di salsedine, oggi finissima e lenta, sale incessante dal mare e si sparge ovunque per tutta la zona, attrice principe, accanto agli altri agenti, delle forme che prendono le rocce e i massi di tutta questa zona.
Il nostro camminare prosegue fino ad arrivare sulla sommità dell'insenatura o ria di Mammerussu.
Da bordo costa, sulla sommità della parete, la profonda incisione si osserva in tutta la sua maestosità e lunghezza.
Parte all'altezza del Bricco di Giannurango e, con una marcata pendenza, lunga qualche centinaio di metri, si lancia in mare oggi calmo e mansueto.
È una fenditura profonda, ricca di una vegetazione rigogliosa, intricata, tanto nell'alveo quanto nelle sue alte sponde.
Un museo botanico naturale a cielo aperto, dove fanno sfoggio tutte le tipologie di vegetazione mediterranea, rada nel tratto finale, con superbi esemplari di
ginepro e pino d'aleppo che si sviluppano pancia a terra e tronchi contorti come un rettile, in un verde sfolgorante e ricco di sfumature.
Cerchiamo un punto di discesa nel canalone non troppo difficile, tra rocce e cespugli, in prossimità del punto in cui l'incisione va ad abbracciare le acque limpide del mare.
Ho sempre desiderato scendere fin giù per spirito d'avventura ma anche per osservare il canalone da quella prospettiva visiva, le sue alte e multiformi pareti contrappuntate di macchia e alberi.
Il mare consegna alla cala un pò di sporco, funi spesse e consunte, legni e un poco di catrame mentre verso l'interno la vegetazione, nell'alveo forma un muro di verde impenetrabile.
Con Roberto facciamo un pò di foto per immortalare la nostra presenza come gli scalatori quando arrivano sulla vetta.
Studiamo il passaggio per la risalita lungo la sponda nord.
Passo dopo passo, con la dovuta attenzione, come caprette, saliamo e nello spazio di alcuni minuti eccoci arrivati.
Il pianoro che si apre è segnato da una bassa vegetazione che contrasta con il paesaggio lunare e scuro, disteso sul lato a sud del Canale.
Notiamo strani cumuli di detriti da scavo, pietre scure, ammucchiate in vari punti.
Il perché trova sorprendente risposta quando ai nostri occhi si materializza un pozzo profondo e squadrato di esplorazioni minerarie.
Chi, perché e quando, anche in questo luogo così lontano dalle note zone minerarie dell'isola, abbia fatto questi assaggi e per quali minerali sarebbe interessante comprenderlo.
Cerco di scavalcare la mia ignoranza in materia fotografando un piccola roccia tra i materiali depositati nei pressi e chiedendo lumi alla IA.
Mi elabora la foto indicando la limonite, un miscela di ossidi di ferro a grana fine esistente anche nelle miniere del Becco. Sarà? Cercheremo di comprendere meglio e con più cognizione.
Superato questo tratto, davanti a noi si staglia un'altro pulpito, tra i tanti che si sviluppano in zona Mammerussu.
Identico terreno, stessa tipologia di roccia simile a quella esistente nel più celebre geosito, ma senza i fenomeni di erosione che hanno creato le sculture a fungo.
Massi imponenti, precipitati dalla sommità, rendono accidentato il nostro cammino ma non più di tanto.
Salendo a bordo costa, con la visione d'un mare dalle trasparenze assolute e dalle sfumature magnetiche tipiche di questo mese di ottobre, arriviamo in cima al tacco.
Elicriso, rosmarino, ginepro e pini d'aleppo e altri arbusti lo vestono e si fanno strada, bassi, tra le rocce che si sfogliano facilmente generando una distesa di "ciappue" piuttosto ampia.
Siamo ad un passo dalla Regolina. Alcuni canaloni si aprono fino a scendere sulla costa dove delle piscine naturali invitano al bagno nel pomeriggio d'estate facendo bella mostra di sé.
Ci fermiamo ad osservare un paesaggio costiero che rapisce, Da un lato, a ovest, la costa di alte falesie in controluce che porta fin quasi all'Isolotto di Stea; dall'altro, a nord, le Tacche Bianche fino alla Punta e all'Isola Piana. In fondo, la costa imponente e magnifica di Buggerru e Masua a noi cosi familiare.
Di fronte, un mare placido e infinito si distende richiamando alla nostra mente le tante vicende di fatica e ingegno della storia dei tabarchini.
"Tutta l'isola fu oggetto di ricerche minerarie e anche in tutta quella zona, tra Punta delle Oche e Memerosso, tra il 1920 e il 1930, vennero fatti dei sondaggi alla ricerca del minerale di manganese.
Trovarono solo delle venette che economicamente non conveniva sfruttare. Abbandonarono tutto nel 1931" (info di Salvatore Rodin Borghero).
Ho parcheggiato in prossimità della stradina con divieto di accesso al faro ( 39,148987 N 8,227147 E). Per l'inizio del sentiero occorre attraversare la strada provinciale e oltrepassare il guardrail. Dopo pochi metri, sulla sx, alcuni omini indicano la direzione. Seguire gli omini sino ad arrivare ad una sorta di collinetta alta pochi metri. In questa zona, nel periodo delle piogge, il terreno risulta fangoso. Superata, con un pochino di attenzione, la collinetta notiamo subito - sulla sx - degli omini che indicano il sentiero (39,147281 N 8,227756 E). La discesa è agevole ma occorre sempre prestare attenzione al camminamento perchè, in alcuni tratti, la vegetazione tende ad invadere il percorso. Si passa su alcuni bei tratti di strada romana sino ad arrivare a pochi metri dall'innesto del sentiero rosso LIPU. Qui occorre fare attenzione perchè la vegetazione è più alta ma il terreno (e la stessa macchia) risulta comunque calpestato. In questo brevissimo tratto dapprima incontriamo un piccolo fosso (canale) e poi un ammasso di pietre, superato il quale, siamo sul sentiero rosso ( 39,146232 N 8,231597 E). Se prendiamo a dx ci dirigiamo verso il mare. Noi invece giriamo a sx e risaliamo il sentiero rosso sino ad arrivare sulla strada provinciale per il faro. Continuiamo verso Calafico e poi in leggera salita verso il faro. Facciamo una piccola deviazione sulla dx e passiamo su un tratto della vecchia strada provinciale ( 39,151185 N 8,228339 E). Proseguiamo e poco dopo siamo arrivati al nostro punto di partenza.
Consiglio di utilizzare scarpe da trekking.
Tuna Coast Trail - Carloforte - 16/06/2018
Tuna trail long 41 km - 1300 m d+ 14 atleti
Vedi la classifica finale con l'elenco dei partecipanti